Il progetto di giardino presenta, in Italia rispetto ad altri paesi europei, caratteri di grande problematicità, in ragione della mancanza di adeguate sperimentazioni su metodi e tecniche compositive contemporanee. E questo non solo a causa dell'abitudine a ridurre a un indice misuratore di metri quadrati di "verde" per abitante - come si potrebbe pensare - ma perché sono caduti in desuetudine, nella cultura e nella gestione della "cosa pubblica", due obiettivi generali e collettivi: il decoro e il piacere.
Nella modificazione dello spazio fisico la realizzazione di parchi e giardini si colloca, di solito, all'ultimo posto nella gerarchia degli interventi, sebbene sia largamente diffusa una pulsione, ancorché generica, verso la ricerca di un ambiente migliore dove è la "natura" - ridotta, però, a un oscuro quanto ineffabile oggetto di desiderio - a essere invocata, a condizione che sia incontaminata e intangibile e, cioè, fuori dalla storia e dalle trasformazioni reali.
Sta di fatto che, nelle nostre città, il patrimonio di spazi pubblici (tali o diventati tali) progettati come giardini o parchi proviene, quasi esclusivamente, dalle culture passate; e, nello stesso tempo, i cosiddetti "spazi verdi" residui vengono invasi da case unifamiliari con giardino, manifestazione più evidente e perversa di quelle ricerca di decoro e piacere che la città sembra non offrire più ai sui abitanti.
A queste vanno aggiunte altre considerazioni derivate dall'ideologia "ambientalista", di cui la cultura odierna è permeata. È certo un dato positivo la diffusione di una coscienza collettiva nei confronti della congruenza e della compatibilità di alcune trasformazioni fisiche del territorio con gli effetti che potrebbero produrre nel tempo. Tuttavia è dato negativo, altrettanto certo, il guardare con sospetto ogni modificazione o ammettere come unica modificazione possibile la riduzione all'origine o il ripristino di uno status quo ante naturale e, quindi, giusto a verso di uno artificiale e, quindi, almeno inadeguato.

Il giardino è il massimo dell'artificio; è lo strumento attraverso il quale l'uomo propone la sua idea di natura. E, per uno strano paradosso, la natura esiste solo se c'è il giardino: è il suo opposto, la sua ombra.
"Poi, il Signore Dio piantò un giardino in eden a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato [...]. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare [...]. Un fiume usciva da eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi [...]. Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino in eden perché lo coltivasse e lo custodisse".
Eden, la steppa, è uno spazio non descritto nel Libro dei Libri; nulla si sa di esso se non che là, in luogo arido e ostile (dove l'uomo sarà confinato dopo aver perduto lo stato di grazia), viene "creato" il Paradiso Terrestre.
Dentro il giardino l'uomo costruisce il suolo; costringe l'acqua ad assumere forme inconsuete; traccia viali alberati rettilinei e sentieri tortuosi tra boschetti e prati fioriti; sagoma alberi e cespugli perché assomiglino a muri o a porticati; scolpisce le pietre e lavora i metalli affinché assomiglino a fiori e frutti.
Dentro il giardino si dispiegano le stesse regole che sottendono la costruzione delle città, con una esaltazione della capacità costruttiva dell'uomo che, in questo caso, edifica addirittura la natura.
Dentro il giardino si ritrovano, dunque, tutti i segni - esaltati ed enfatizzati - di ciò che ciascuna cultura elabora e produce.

Senza pretendere di sintetizzare la storia del giardino in poche battute, vanno tuttavia richiamate alla memoria:
le due tradizionali categorie - quella formale (riferita alla tradizione franco-italiana) e quella informale (riferita alla cultura anglosassone) - secondo cui vengono classificati i giardini realizzati in Europa tra il Seicento e l'Ottocento; e la predominanza assunta dal giardino informale, al momento della costruzione dei grandi parchi nella principali città europee e nordamericane, al volgere della seconda metà dell'Ottocento.
In Italia, i caratteri principali del giardino ottocentesco presentano una serie di anomalie che originano, prevalentemente, dall'ambito socio-culturale e da quello orografico-logistico.
Prima di tutto, la tradizione autoctona del cosiddetto giardino formale aveva opposto una forte resistenza alla diffusione dilagante del modello paesaggistico-pittoresco; e aveva fatto sorgere varie polemiche contro la sua presunta filiazione dalla cultura italiana, come si può leggere nella Dissertazione sui giardini inglesi che Ippolito Pindemonte - al rientro da un viaggio in Gran Bretagna - presentò all'Accademia Patavina nel 1792. Il poeta vi sostiene come sia impossibile assimilare il giardino alla natura, trattandosi di una forma d'arte e, perciò, del prodotto di una "imitazione"; come, inoltre, qualunque affermazione relativa al presunto uso di regole della natura vada considerata falsa; e come, ancora, il giardino formale italiano, quale simbolo della natura piegata dall'uomo, sia l'unico ammissibile.
Poi, la compattezza dei tessuti delle città consolidate e le caratteristiche orografiche dei siti avevano reso parecchio difficile il reperimento - al loro interno o nelle immediatamente vicinanze - delle aree necessarie alla costruzione di giardini molto estesi.
Infine, la diffusione sul territorio di numerose e importanti città aveva impedito la concentrazione, sull'una o sull'altra, degli interessi e delle risorse necessari alla dotazione di grandi parchi in analogia con le capitali europee, anche dopo l'unificazione dello Stato Italiano.
Tali motivi indussero il carattere peculiare del giardino ottocentesco italiano: di essere poco esteso; di conservare un impianto prospettico; di contenere una modesta quantità di tempietti, ruderi o altri edifici del genere. Ne sono testimoni gli esempi più importanti come la villa reale di Monza di Piermarini e Villoresi; il parco del Pincio e la villa Viridiana a Roma, rispettivamente di Valdier e di Jappelli; la villa Floridiana a Napoli di Niccolini.
Analogamente furono costruiti pochi parchi pubblici di cui si ricordano, per memoria, le Cascine di Firenze; la Villa Reale sulla riviera di Chiaia a Napoli; il parco del Valentino a Torino di Bouillett-Deschamp; il parco del Castello di Milano di Alemagna il quale, con i suoi 47 ettari, è uno dei più grandi.

Ma esiste un tipo di giardino, affatto particolare, che nasce in epoca post-unitaria sotto la dizione di "villa comunale": impiantato di solito in aree di risulta o da bonificare, è presente anche nei paesi più piccoli, che se ne dotarono tra la seconda metà dell'Ottocento e la prima del Novecento.
I cinque esempi siciliani - che fanno parte di questo studio e che sono sufficientemente rappresentativi della tradizione locale - si trovano in piccole città, tranne nel caso di Palermo; e, pur conservando un impianto basato su assi e avendo molti elementi in comune con analoghi in altre parti di Italia, presentano alcuni caratteri specifici che li radicano a una cultura autoctona, soprattutto in ragione della flora, in prevalenza, esotica.
Sono di dimensioni modeste (quattro superano di poco l'ettaro, la villa di Caltagirone arriva a sette ettari); sono stati impiantati in aree di margine o di risulta (la villa di Trapani è l'unica a segnare il passaggio tra la parte più antica e quella ottocentesca della città); svolgono, comunque, il compito di ricomporre il tessuto urbano per isolati, essendo in genere circondati da strade (le ville di Sciacca e Gela non lo sono perché localizzate su un confine esterno).
Dentro perimetri relativamente regolari: recinti di ficus chiudono lo spazio interno; jucche e dracene, dalle forme arcaiche, assumono il ruolo di monumento; giganteschi Ficus macrophylla, con trame di radici aeree e sinuosi intrecci di radici affioranti, costruiscono "boschi" intricati; brevi viali, disegnati da coppie di araucarie o di palme altissime e di pini o cipressi o lecci imponenti, conducono o alludono a un qualcosa fuori dal giardino; pochissimi fiori in questi luoghi ombrosi e freschi, dominati dalle chiome compatte di alberi sempreverdi e scuri, contro la luce abbacinante dell'esterno.
La flora, l'elemento singolare delle ville comunali siciliane (di tutti i tipi di giardino, in verità), trasforma l'impianto per viali e aiuole in radure, cinture e macchie - cioè, nelle strutture proprie del giardino anglosassone - e impedisce, perciò, la formazione di assi ottici su orizzonti lontani, a meno dei casi in cui la villa si trovi alla vista del mare.
Per questo motivo sono state analizzate in particolare - e per confronto diretto tra i cinque giardini - proprio quelle "forme vegetali" eterogenee rispetto al tipico giardino italiano coevo, al fine non solo di indagarne la natura, ma soprattutto per tranne regole e criteri utili per progettare situazioni analoghe in nuovi giardini, suggerendo anche ipotesi floristiche diverse.
I filari sono formati da alberi con chioma colonnare o espansa - cipresso, pino, leccio e tiglio - accompagnati da arbusti di lauro, ligustro e viburno che li rendono impenetrabili allo sguardo e al cammino.
Le macchie - prevalentemente costituite da ficus con araucarie, casuarine, vari tipi di palme e arbusti - formano veri e propri ambiti separati dal resto del giardino, in cui la profondità dell'ombra è tale da assimilare quello spazio a un luogo "coperto".
Le radure introducono nel giardino uno spazio, relativamente ampio, circondato da alberi e arbusti: nell'esempio di Gela, la mancanza di arbusti sotto le erythrine e i ficus consente di vedere in trasparenza quanto si trovi al di là del bordo; mentre, in quello di Caltagirone, la cortina di pini lecci e arbusti racchiude una sorta di "piazza" interna di dimensioni cospicue, con l'unico possibile contatto visivo del cielo.
Inoltre, in ragione della localizzazione dentro le città, sono stati presi in esame i bordi tra la villa e l'edificato circostante, al fine di indagarne il reciproco rapporto commisurato alla sezione trasversale della strada. Dal confronto si evince, come regola generale, che la flora immediatamente limitrofa al recinto è stata scelta (in termini di dimensioni e di densità di esemplari) in ragione dell'importanza degli edifici limitrofi. Nel caso del giardino Garibaldi di Palermo questo aspetto è particolarmente rilevante: infatti, gli alberi più grandi sono collocati nei pressi dei lati orientale e meridionale di piazza Marina, dove l'imponente palazzo Chiaramonte (del XII secolo) è associato a un altrettanto imponente esemplare di Ficus macrophylla; nel caso della villa comunale di Sciacca, che si sviluppa in prevalenza su un pendio molto acclive proiettato sul mare, il "fronte urbano" del recinto si allinea - con il suo flare di Ficus microcarpa - a quello degli edifici della stessa strada.

Tutti gli esempi, sebbene costituiscano per le proprie città una risorsa culturale importante (e questa considerazione si può estendere anche ad altri giardini siciliani), tuttavia soffrono di un livello di manutenzione - dei materiali "vegetali" e "minerali" - piuttosto basso; e, laddove qualche attenzione venga loro riservata, subiscono interventi approssimativi e, spesso, poco rispettosi dei caratteri e delle regole che ne hanno generato la forma.
Non tutte le cinque ville comunali posseggono esemplari floristici rari o arredi interessanti o un impianto particolarmente significativo, eppure sono "centrali" per rapporto alla struttura urbana, ne fanno parte integrante e, in alcuni casi, sono addirittura indispensabili per capirne il principio insediativo.
Si è provato, perciò, a compierne una valutazione qualitativa e ad attribuire, simbolicamente, a ciascuna un numero di "foglie" commisurato al valore della valutazione. Nessuna ha raggiunto il punteggio pieno (cinque foglie), nemmeno gli spettacolari giardini costruiti da G.F. Basile a Palermo e Caltagirone nella seconda metà dell'Ottocento.
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