villa Garibaldi

localizzazione
Gela
cronologia
1878.
autore
Emanuele Labiso Rosso (1825-1893).
proprietà
Comune di Gela.
uso attuale
giardino pubblico.
dimensioni
in piano; pianta irregolare;10640 mq.
stato di conservazione
discreto.
data del rilevamento
aprile 2007
rilevatori
Luca Alba,Tiziana Calvo,Valeria Costantino e con Silvia Battaglia e Alida Sacco
vista del giardino da corso Salvatore Aldisio.
ortofoto
Realizzata su un terrazzamento retrostante il convento dei Cappuccini, la villa è delimitata dalle vie Cappuccini e Salvatore Aldisio (fra di loro ortogonali) e dal profondo avvallamento (detto "burrone") che ne descrive il margine sud-orientale; si trova lungo la strada che, con denominazioni diverse, attraversa Gela seguendo un tracciato all'incirca parallelo alla linea di costa e che, non lontano dal porto, intercetta la anomalia orografica del "burrone". Quest'ultima si protende fino a raggiungere il mare, con una vegetazione (spontanea e non) piuttosto consistente, configurandosi come virtuale prolungamento della villa e come una possibile area di mediazione tra porto e spiaggia.
Sicché, oltre a risolvere - a costo relativamente basso - uno dei problemi tipici delle espansioni urbane, il giardino è già predisposto per altre opportunità come, del resto, dimostra la presenza di due ingressi monumentali: l'uno su via Aldisio (verso la città), l'altro sulla depressione (verso il mare). Ci troviamo, dunque, in presenza di un altro carattere specifico delle ville comunali italiane, cioè quello di essere luoghi di potenziale incremento della qualità urbana.
Dal punto di vista dell'impianto e della flora non ci sono particolari importanti da segnalare, se non la notevole 'cintura' di Ficus microcarpa, Cupressus sempervirens e Erytrhina viarum che segna il fronte sul burrone - un muro di contenimento in pietra, coronato da una balaustra - e che offre, per il suo andamento, una ombrosa e ampia veduta sul mare; la radura di Ficus microcarpa che individua il centro del giardino e ne ordina la composizione.
planimetria
l'Armonium verso la fine degli anni 30.
vista dell'Armonium nella sua configurazione originaria.
toponomastica: 1 Corso Salvatore Aldisio; 2 Via Cappuccini; 3 largo cappuccini; 4 via Cataldi; 5 via XXVI Maggio; 6 Via Bentivegna; 7 Via Smecca; 8 via Di Bartolo.
ingresso principale dall'interno del giardino.
Il giardino offre, su una superficie di poco superiore a un ettaro, una discreta diversità floristica. È suddiviso in aiuole, differenti per forma e dimensioni, in cui trovano posto essenze esotiche, principalmente subtropicali, ed essenze tipiche della flora mediterranea, riproducendo - abbastanza fedelmente - quello che costituisce la copertura vegetale rappresentata nelle ville e nei giardini siciliani sia pubblici che privati. Le piante censite, oggi, nel giardino appartengono a 75 specie - incluse in 66 generi di 45 famiglie - e rispecchiano, quasi interamente, le entità presenti all'epoca dell'impianto. La specie più rappresentata nel giardino è il comune Ficus microcarpa, i cui esemplari occupano sempre aiuole miste e, talora, sono disposti in filare. Taluni individui, lungo il perimetro, si sono adattati tanto che, per mole e condizione vegetativa, appaiono tra i più ragguardevoli del giardino raggiungendo e superando i 20 metri di altezza e i 25-28 metri di diametro. Lungo il bordo meridionale, sul mare, è presente una cintura di Erytrhina viarum che, filtrando la salsedine marina, riduce i problemi di aerosol alle piante più interne. Il perimetro delle numerose aiuole è generalmente ornato da una siepe, che si interrompe in corrispondenza dei ficus o di altri alberi e che si ripropone, talora, nelle aiuole centrali di forma circolare. La siepe è costituita principalmente da Pittosporum tobira, a intervalli integrata da Duranta repens, Lantana camara e Buxus balearica, ma anche, in casi singoli, da Santolina chamaecyparissus, Euonymus japonicus 'medio pictus', Russelia equisetiformis e Lavandula angustifolia e con eventuali integrazioni di Buxus microphylla, Myrtus communis, Myoporum insulare, Polygala myrtifolia, Euonymus japonicus. Tra le Arecaceae le specie maggiormente rappresentate sono la Phoenix canariensis e la Washingtonia filifera; numerose sono anche le Chamaerops humilis, molte delle quali giovani, che non raggiungono dimensioni notevoli. In ogni caso le palme presenti appartengono alle specie e ai generi più comuni (Howea, Phoenix, Trachycarpus, Washingtonia) e non possiedono particolare pregio. Da citare, tuttavia, tre esemplari di Washingtonia filifera che hanno assunto una configurazione singolare: distanti tra loro pochi metri all'ingresso di corso S. Aldisio, hanno il tronco del tutto ricoperto da Hedera helix potata in forma ellittica. Due individui di Araucaria heterophylla spiccano nel giardino e uno di essi rappresenta, con i suoi 28 metri circa, la pianta più alta del giardino. Le specie più frequentemente adoperate per formare piccole macchie arbustive sono: Yucca aloifolia e Y. elephantipes, Lantana camara, Nerium oleander, Bougainvillea glabra, Hibiscus rosa-sinensis, Polygala myrtyfolia, Elaeagnus angustifolia, Phyladelphus coronarius, Pyracantha coccinea, Spiraea x vanhouttei, Callistemon citrinus, Euonymus japonicus, Datura arborea. In generale il giardino appare discretamente conservato, anche in seguito ai recenti lavori di ristrutturazione, ma diversi esemplari mostrano segni di sofferenza a causa dell'errato sesto di impianto, della cattiva gestione (scarse e/o errate potature, mancato uso di cicatrizzanti, insufficienti innaffiature estive, etc.) oppure degli attacchi parassitari a carico del tronco o degli altri organi vegetali (come, per esempio, in un paio di Ficus microcarpa e alcune Melia azedarach). Appaiono colpite da eccessive potature, che innalzano notevolmente l'altezza dell'inserzione della chioma, molti Cupressus sempervirens, Quercus ilex e Pinus halepensis. La ricchezza di specie e il numero di esemplari, in relazione alla ridotta superficie, conferisce al giardino un discreto valore di copertura relativo allo strato arboreo-arbustivo. Lo sviluppo di alcuni esemplari però comporta per altri individui, di minor dimensione e di specie diversa (soprattutto eliofile), condizioni di sofferenza, sia a causa della densità sia per la ridotta quantità di luce disponibile agli strati inferiori della vegetazione.
esemplari di Ficus microcarpa disposti in filare
esemplari di Erythrina viarum
Araucaria heterophylla
scorcio del giardino
esemplari di Washingtonia filifera
Inaugurato nel 1878, il giardino, dedicato a Garibaldi il 6 giugno 1882, fu ideato dall'ingegnere Emanuele Labiso (Gela 1825-1893) e arredato con lampioni in ghisa e panchine (della Fonderia Oretea di Palermo), con parapetti in ferro e con un busto marmoreo di Giuseppe Garibaldi, eseguito dallo scultore Filippo Luigi Labiso di Cefalù. Il busto marmoreo di Umberto I, oggi ricollocato in un'aiuola prossima all'ingresso, fu eseguito negli anni Venti dallo scultore palermitano Antonio Ugo per la piazza Umberto I, dove rimase fino al 1952. Del 1885 è il primo progetto, non realizzato, per un ingresso prestigioso con i piloni laterali a bugne rustiche, con i due muri laterali raccordati al basamento continuo di recinzione (con encarpi all'interno delle specchiature) e con un artistico cancello previsto in ferro battuto.
L'area irregolare del nuovo impianto (una parte della quale era detta "Orto Pasqualello") apparteneva al complesso dei Cappuccini, a ridosso della cui chiesa e del cui convento (aggregati in forma di L) fu sistemato il comparto del belvedere sul Canale di Sicilia. Collocato subito al di fuori della città, sull'asse viario verso Licata, poi edificato intensivamente ma allora semplice stradone extra moenia o della borgata, il giardino presenta oggi un cospicuo patrimonio floristico, sovente introdotto successivamente: Ficus microcarpa, Phoenix canariensis e P. dactylifera, Quercus, Washingtonia filifera, Chamaerops humilis, Yucca elephanipes e Y. aloifolia, Erytrhina, Jacaranda, etc. Denominata anche "Parco delle Rimembranze" in seguito alla realizzazione del modesto Monumento ai Caduti della Grande Guerra (inaugurato il 12 giugno 1927, sei mesi prima del cambio di denominazione della cittadina da Terranova di Sicilia in Gela), la Villa Garibaldi durante il ventennio fascista e negli anni dell'immediato dopoguerra subisce alcune trasformazioni che alterano, pur senza sconvolgerlo del tutto, il disegno originario. A onta degli apprezzabili miglioramenti delle opere di perimetrazione e di recinzione, infatti, venne sensibilmente mortificato l'assetto planimetrico banalizzando, con raddrizzamenti localizzati di parte dei "sentieri" o con la cancellazione di alcuni sistemi di aiuole, l'originaria configurazione a "pratelli" che, fioriti o con rigogliosi "raggruppamenti" di pregevoli specie arbustive e arboree (anche subtropicali), avevano perimetri curvilinei e spezzati in quanto ritagliati da un sistema viario ad andamento sinuoso (con nuclei radiali) intercettato da due assi retti ortogonali (di lunghezza dissimile ma di uguale ampiezza) e preceduto da un comparto con piazzole circolari a bordura e, in prevalenza, con vasche a zampillo centrale. In una di queste piazzuole,in prossimità del corso S. Aldisio (anticamente Corso Borgo, poi divenuto corso XX Settembre per essere ribattezzato, una penultima volta, corso Vittorio Emanuele) trovava posto - su un ampio basamento circolare in pietra - un elegante gazebo, in ferro battuto (databile ante 1898 ma già rimosso, tranne la parte lapidea, intorno al 1938) e con una copertura a calotta, assegnato ai concerti di una banda musicale di quaranta elementi. A una quota inferiore di circa tre metri dal livello stradale del corso S. Aldisio, questo comparto d'invito è quello che è stato maggiormente trasfigurato fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta. È per quest'area, infatti, che nel 1957 l'architetto Salvatore Cardella (Caltanissetta 1896-1975) redige un considerevole progetto di trasformazione, con la proposta di ridefinizione dell'accesso da corso S. Aldisio e di raccordo di questo con la riformata perimetrazione lungo il burrone, dotata di scenografico scalone a doppia tenaglia ricavato nel muro di contenimento - verso il "burrone" - della sistemazione a pianoro del giardino. Nel quadro dei cospicui interventi a Gela di Cardella (Palazzo Municipale e Tribunale, chiesa di San Michele) il progetto per il giardino comunale ha un particolare significato anche per la "leggerezza" del tipo. Limitato in sede esecutiva al solo ingresso, alla quota stradale al di sopra dell'area prossima al corso S. Aldisio il progetto prevedeva: un "colonnato", a sostegno della terrazza-belvedere verso il "burrone" del canale, lambito da una strada veicolare; un grande emiciclo con pergolati antistante alla scalinata che dalla quota 48,45 dell'allora corso Vittorio Emanuele, portava alla quota 45,50 del piano della villa comunale; sistemazioni a praterie delle vicinanze del "burrone"; la realizzazione di un laghetto, sempre nella parte al di sotto della terrazza panoramica; un nuovo ingresso dal corso Umberto. Sarà solo questo punto del programma - presentato da Cardella - a trovare attuazione in un sistema di sostegni in forma di setti e di pilastri a sezione circolare ("colonne" dalla relazione del progettista del 14 maggio 1957) che sostengono una "svelta" pensilina, aggettante in più punti e con una composizione speculare di forature (ellissoidali al centro, rette sulle ali). Si tratta di una composizione dalla decisa simmetria, aulica ma non monumentale, che manipola riferimenti fieristici pre e postbellici; richiama suggestioni delle architetture termali degli anni Trenta ma anche del periodo della ricostruzione; accenna a certo lirismo ludico di matrice organica (proprio negli anni in cui era stata attiva in Sicilia la "Associazione per l'Architettura Organica") pur senza derogare a quei principi di classicità concettuale che ne avevano contraddistinto, negli anni fra le due guerre, l'adesione al percettivismo soggettivista.

Bibliografia
N. Mulè, Appunti su Terranova di Sicilia, vol. I, Libreria Editrice Martorana Elsa in Caccamo, Gela s.d., pp. 225-229.
M. Santapà, O. Ajesi, Il pensiero d'un architetto, Centro Stampa Siciliano, Palermo 1982.
N. Mulè, Appunti su Terranova di Sicilia, vol. II, Comune di Gela Sezione Promozione Culturale, Gela 1990, p. 45.

L'Armonium.
"Era un grande palco di forma circolare con caratteristica e artistica copertura a cupola che troneggiava di fronte all'ingresso della villa comunale; non si sa con precisione quando fu costruito, probabilmente si trattava di una struttura realizzata verso la fine dello scorso secolo. Il palco serviva a ospitare la banda musicale che, quasi con cadenza settimanale, eseguiva dei concerti a cui assistevano sempre una notevole moltitudine di persone. Nel corso dei decenni numerosi e di notevole talento furono i direttori e i musicanti della banda di Gela, in particolare, 'in pieno periodo fascista, quando nella nostra città nacque, ad opera di don Pippineddu Navarra, una scuola di musica divenuta poi liceo musicale'.
Verso la fine degli anni Trenta dal palco, non si sa per quale motivo, fu eliminata la copertura; poi, verso l'inizio degli anni Cinquanta lo stesso Armonium fu completamente smantellato e ridotto a rottame: non si è mai saputo il perchè e nemmeno dove siano andati a finire i resti. Stessa sorte, purtroppo, ebbero diverse altre opere in ferro battuto (e non solo) come gli orologi con relative campane della chiesa di S. Rocco, del vecchio Municipio e del Convitto Pignatelli.
Gli anni Cinquanta e Sessanta, purtroppo, hanno rappresentato per i nostri beni culturali un'epoca disastrosa; all'insegna del "rinnovamento" della città, infatti, furono eliminati, palazzi, basolati e monumenti antichi di grande valore. Della lunga lista ricordiamo: Porta Marina del 1500, la chiesa di S. Antonio Abbate e il convento dei PP. Conventuali, ambedue del 1400, le chiese di Santa Lucia e di S. Giacomo, questultima con portale trecentesco. Il tutto col beneplacito e la beata ignoranza sui beni culturali degli amministratori comunali.
Così l'Armonium della villa comunale, a differenza di molte ville di altre città, dall'inizio degli anni Cinquanta non esiste più, nè mai si è pensato di ricostruirlo.

(N. Mulè, La Scuola Musicale di Gela, un secolo di storia, Comune di Gela,1998).
veduta della villa del convento dei Cappuccini verso il paese.
 
vista dell'ingresso originario della villa e dell'Armonium dopo la rimozione della copertura (anni '30)
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